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Archive for the ‘Commercio elettronico’ Category

Una volta c’erano la Fiat, la Falck e la Montedison. Una volta in Italia c’era la cosiddetta industria pesante, quella che occupava milioni di persone e aveva fabbriche (inquinanti) disseminate su tutto il territorio nazionale.

La Falck e la Montedison non ci sono più, o meglio hanno cambiato pelle, e la Fiat ormai è una multinazionale con il cervello negli Stati Uniti, che non vede l’ora di andarsene dall’Italia.

Il tessuto produttivo italiano è sempre stato costituto da piccole e medie imprese, la grande industria è stata un’eccezione.

Un’eccezione necessaria perchè solo la grande industria è in grado di garantire occupazione stabile nel lungo termine e solo la grande industria è in grado di fare ricerca. (altro…)

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Il Cambio Merci (barter in inglese) è una modalità di transazione in cui due o più soggetti si scambiano beni o servizi di pari valore.

Il Cambio Merci consente di acquistare i prodotti e servizi necessari al proprio fabbisogno offrendo i propri beni come contropartita.

Il Cambio Merci può essere “totale” (merce contro merce; servizio contro servizio; merce contro servizio) o “parziale“, in cui ci si scambia anche del denaro in compensazione (es: un prodotto che vale 100 euro può essere scambiato con un servizio che vale 70 euro + 30 euro in contanti).

L’obiettivo del Cambio Merci può essere duplice: risparmiare liquidità per l’approvvigionamento di beni e servizi e/o liberarsi di stock di prodotti di difficile vendibilità.

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Chi di noi almeno una volta nella vita non è rimasto sorpreso nel constatare come internet abbia abbattutto i prezzi di prodotti e servizi? Chi di noi almeno una volta non si è chiesto come sia possibile che aziende che vivono esclusivamente nel mondo virtuale (Google su tutte) riescano a fatturare più di imprese con duecento anni di storia e 20.000 dipendenti?

Queste due domande che sembrano quasi banali sono in realtà le vere chiavi di interpretazione della rivoluzione, o dell’evoluzione, che la rete ha portato nella nostra vita, nel lavoro, nel nostro modo di comunicare e relazionarci.

Il grande merito delle rete è quello di aver abbattutto i cosiddetti costi di transazione, e cioè tutti i costi necessari per trasferire un bene o un servizio da un soggetto ad un altro. Attenzione, i costi di transazione non sono i prezzi dei singoli prodotti o servizi, ma i costi per portarli sul mercato, distribuirli e gestirli dal punto di vista amministrativo, commerciale, etc. Parliamo quindi, delle informazioni da produrre, dei contatti da gestire, delle risorse umane da coinvolgere e così via …

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Il nome in codice è MPay, “pagamenti mobili”, su quello definitivo stanno ancora discutendo ma arriverà a breve. Perché il 13 giugno si parte. E questa è una certezza. L’ultima di una serie che ha prodotto il miracolo: la filiera della telefonia mobile italiana ha accantonato liti, polemiche e contenziosi e in nove mesi ha prodotto quello che in Italia non si vedeva da tempo, e non solo nel campo della telefonia, un progetto di sistema.

Uno standard italiano realizzato da aziende italiane per unire le forze e lavorare assieme a far decollare un nuovo mercato, senza però rinunciare alla competizione. Tim, Vodafone, Wind, Tre, Poste Mobile e Fastweb sono i promotori del progetto.

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Il commercio elettronico sta diventando un settore strategico per l’Italia. La crescita del comparto è a due cifre, ma sconta ancora un deficit culturale: sono pochi gli italiani che usano strumenti di pagamento cosiddetti “digitali” (carte di credito/prepagate, paypal, pagamenti via cellulare) e sono ancora poche le aziende che considerano internet un canale indispensabile per “aggredire” nuovi mercati.

Questi due fattori, combinati alla scarsa attenzione della politica, hanno determinato che l’Italia agganciasse il boom del commercio elettronico con grande ritardo rispetto agli altri paesi europei.

Non è un caso, infatti, che in Italia si sia diffuso maggiormente l’info-commerce (cerco le informazioni online e vado poi a comprare nel negozio) rispetto all’ecommerce.

A varie riprese i governi che si sono alternati alla guida del paese hanno tentato, senza eccessiva convinzione, di dare slancio al comparto con provvedimenti, mai entrati in vigore, che puntavano a forme di detassazione per le imprese che investivano in tecnologia. Ma tutti questi disegni di legge partivano, a mio avviso, da un presupposto sbagliato e cioè che il “cuore del problema” fossero solo gli investimenti in ITC (hardware e software). Le aziende sono già dotate di risorse hardware e software in eccedenza rispetto alla loro reale capacità di utilizzo. Semmai, servirebbero degli investimenti in infrastrutture, le cosiddette “autostrade digitali”, che, però, dovrebbero essere a carico del sistema paese e non certo delle singole imprese.

La vera leva su cui agire per far crescere il commercio elettronico è quella fiscale, unitamente ad un’azione di sensibilizzazione culturale che punti a rimuovere quelle reticenze di cui ho parlato all’inizio. Non c’è nulla da fare, per far decollare un settore devi renderlo più competitivo di altri e cosa c’è di meglio della leva fiscale per far muovere quelle enormi risorse che adesso risposano “timorose” nei portafogli degli italiani? Siamo ancora il paese con il più alto indice di risparmio d’europa, ma i consumatori non comprano perchè non vedono una prospettiva strutturale d’uscita da questa lunga crisi economica.

Cosa fare allora? La mia proposta è molto semplice: eliminare l’iva da tutti gli acquisti online per 3 anni e applicare una tassa del 3% a carico degli operatori del commercio elettronico per finanziare le “autostrade digitali”.

Per quanto riguarda l’iva, la mia non è una proposta completamente originale, se ne è parlato più volte, ma sempre in ottica di diminuzione e mai di eliminazione totale. Qualche anno fa si era detto di portarla al 10% o al 4%, come sui beni di prima necessità, ma la gestione amministrativa dell’eventuale riforma sarebbe stata più onerosa dei vantaggi. Se lasci ancora un margine di imposizione (es: il 4%) la macchina burocratica deve comunque gestire il prelievo e le imprese devono comunque versare l’iva. Se elimini completamente l’aliquota, anche solo per tre anni, annulli tutti i costi di trasferimento dell’iva dalle aziende allo stato e soprattutto i costi di gestione (ovviamente in riferimento alle sole operazioni online).

Azzerando l’iva per l’amministrazione fiscale ci sarebbero sicuramente minori entrate, ampiamente compensate, però, dalle maggiori entrate derivanti dalla tassazione degli utili in crescita delle imprese online. Si tratterebbe di traslare parte del prelievo fiscale dall’iva, che si paga nel mese/trimestre di emissione della fattura, alla tassazione ordinaria degli utili che avviene ex post.

Il 3% a carico degli operatori dell’ecommerce garantirebbe la creazione di un fondo per realizzare quelle infrastrutture digitali strategiche di cui il paese ha assoluto bisogno. Il prelievo si applicherebbe a tutte le vendite effettuate online e andrebbe integrato nella tassazione annuale (come per gli utili).

Analizziamo tutti i vantaggi della mia proposta:
1) con l’azzeramento dell’iva per tre anni qualsiasi prodotto/servizio on-line costerebbe il 20% in meno, gli acquisti decollerebbero e nascerebbero delle imprese che opererebbero esclusivamente on-line in regime di esenzione iva.
2) l’azzeramento dell’iva genererebbe una ricaduta positiva lungo tutta la catena del valore: i produttori di beni e servizi “complessi”, non ancora presenti online (es: macchine agricole ), sarebbero spinti ad organizzarsi in piattaforme verticali strutturate per fare commercio elettronico, i distributori ad operatività mista (on e off line) darebbero maggior peso al canale online per sfruttarne la maggiore competitività, le piccole e medie aziende sarebbero quasi “costrette” ad approvvigionarsi online per risparmiare (-20%) e nel medio-termine potrebbero diventare dei venditori online (il “muro di gomma” dell’ecommerce è il primo acquisto. Una volta effettuato, il passaggio da compratore a venditore è in discesa …)
3) la tassa del 3% a carico degli operatori del commercio elettronico finanzierebbe il tanto decantato sviluppo delle “autostrade digitali“, da anni ostaggio della bagarre politica, con evidenti vantaggi di lungo termine per tutto il sistema paese.

Qualcuno potrebbe giustamente rilevare che la mia proposta generebbe una asimmetria competitiva sul mercato, cioè metterebbe fuori mercato le imprese e i commercianti che operano esclusivamente off-line, sul territorio. Questo è vero, ma il paese deve pur decidere le sue priorità strategiche. Un’azienda che opera off-line può sempre vendere on-line con piccolissimi investimenti. Non è vero il contrario. Va da se che un provvedimento del genere, se applicato, spingerebbe molte imprese “tradizionali” a fare commercio elettronico. E’ solo una scelta politica.

La mia proposta per l’agevolazione degli acquisti online andrebbe armonizzata in sede europea per evitare degli squilibri fiscali nella gestione dell’iva comunitaria.

Lascio agli specialisti la quantificazione numerica dell’impatto della mia proposta sulla potenziale crescita del commercio elettronico e sulle entrate fiscali. Io i conti li ho già fatti, ma preferisco che siano altri a svelare dei risultati a dir poco sorprendenti …

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