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Archive for the ‘Pensieri asimmetrici’ Category

E ci risiamo! Ogni volta che nasce un nuovo social network, parte il toto- confronti. E’ stato così per MySpace, Quora e Foursquare. Ed è così anche oggi per Google+, il social nato da un costola di Google che molti si ostinano a contrapporre a Facebook.

Google+ vs Facebook sembra il match del secolo. I due più grandi colossi della rete sono ottimi per qualsiasi suggestione, anche la più improbabile. Ma sono due community profondamente diverse, con dei modelli di business che percorrono strade che si allontaneranno sempre di più.

Facebook lo conosciamo. E’ la più grande rete sociale del mondo (750 milioni di iscritti ad oggi), nato per gestire le proprie amicizie e i compagni di scuola del tempo che fu, poi evolutosi in un melting pot di applicazioni, funzioni e chi più ne abbia, ne metta … Insomma, una babele digitale dove vale tutto e il contrario di tutto. Ma questa è la grandezza di Facebook, il suo essere così completo e allo stesso tempo completamente inutile.

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Trema il Palazzo del Potere, e a buona ragione: Luigi Bisignani, uno degli uomini più potenti d’Italia, è ai domiciliari nell’ambito della cosiddetta inchiesta P4: ricatti, corruzione e concussione con la collusione dei servizi segreti e del parlamentare PDL Alfonso Papa.

Si comporta come un ministro o un sottosegretario, un capogruppo parlamentare, un leader di partito. Invece non è niente di tutto questo, né riveste alcun incarico. Ma dà tanti e tali ordini, consigli e indicazioni di voto che per i pubblici ministeri di Napoli è al centro di un’associazione segreta «diretta a interferire sulle funzioni di organi costituzionali, amministrazioni pubbliche, enti pubblici» e altro ancora. Come? Gestendo informazioni e conoscenze.

Luigi Bisignani è un uomo-network, un uomo “che collega“, come lo ha efficacemente definito il direttore de Il Fatto Quotidiano.

«Qualunque cosa ti faccia comodo sul serio, la vera forza di Bisignani si chiama Ior». A svelare forse il segreto più importante dell’uomo dei misteri fu il banchiere-faccendiere Pier Francesco Pacini Battaglia in una telefonata intercettata con Emo Danesi nel pieno della bufera di Tangentopoli. Due uomini piuttosto addentro ai segreti della Prima Repubblica. Erano gli anni novanta e Luigi Bisignani, già allora, era un nome che contava nella Roma dei Palazzi e del potere. Un nome costruito all’ombra della Dc.

Ma chi è veramente Luigi Bisignani? 

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Succede sempre così. Quando viene a mancare un amico d’infanzia ti assale sempre la malinconia e cominci a pensare quante cose avreste potuto fare ancora insieme e quante cose avreste potuto dirvi, ma non vi siete mai detti.

Mariolino Rivolta era un ragazzo particolare. Siamo nati nello stesso quartiere, abbiamo frequentato la stessa parrocchia, abbiamo fatto gli stessi giochi. Ma lui era più sfortunato di me, era nato con un difetto alla colonna vertebrale che lo costringeva a camminare facendo una strana rotazione dell’anca. E per questo difetto tutti i ragazzini lo prendevano in giro. Lui ci soffriva, ma non poteva farci nulla. Purtroppo, contro la gratuita ferocia dei bambini non puoi lottare, puoi solo subirla.

Quel difetto era diventato un ostacolo per Mariolino, anche sociale, non riusciva a farsi accettare. Allora un giorno decise che quel difetto non sarebbe stato più un problema, ma un’opportunità. Si mise in testa di diventare un corridore, un podista per valorizzare quel difetto e trasformarlo in un’arma vincente. Quando cominciò a correre allo stadio Collana di Napoli le gambe gli facevano male perchè quella malformazione incideva sui movimenti del bacino. Non riusciva a completare più di due giri di campo. Soffriva Mariolino, in silenzio, ma continuava a correre.

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Il mito della bellezza non è un’invenzione dei tempi moderni. Tutt’altro: esiste da quando la storia è stata più o meno documentata, cantata, dipinta e scolpita. Elena, la donna più bella del mondo, causò la distruzione di Troia e dissanguò (in tutti i sensi) la Grecia. E da dove cominciò il tutto? Dalla disputa tra le tre dee Era, Athena e Afrodite, che cominciarono a litigare… ovviamente su chi fosse la più bella!

Dal buon Omero ai nostri tempi il concetto di bello fisico ha continuato a catalizzare l’attenzione di artisti e poeti (eccezion fatta per il periodo dominato dalla cultura del cristianesimo, che mise la bellezza in disparte a vantaggio di valori più puramente spirituali) fino ad arrivare al “Ritratto di Dorian Gray“, dove non ci si accontenta più della sola bellezza terrena, la si vuole addirittura eterna. Da Oscar Wilde ai nostri giorni il passo è breve. Perché? Semplice. Grazie alle avanzatissime tecniche di cosmetica e, soprattutto, di chirurgia estetica, il concetto di bello ha travalicato la fisicità naturale fino a diventare una vera e propria ossessione. Della quale i più furbi ne hanno fatto un business.

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Il passaggio dall’analogico al digitale, da un mondo fatto di oggetti fisici ad un mondo fatto di bit e realtà virtuali, ha sconvolto e sconvolgerà sempre di più le nostre vite e le nostre abitudini.

Agli albori della tecnologia digitale, i simboli che potevano economicamente essere digitalizzati e codificati erano quelli più immediati: lettere e numeri. Per molti, lunghi anni le macchine hanno tradotto in zero e uno, immagazzinato ed elaborato quasi esclusivamente testi e cifre, fatto conti, confrontato e riordinato liste di parole.

Non si pensi,però, che questa sia stata una fase limitata o riduttiva. È stata la fase dello sviluppo dell’informatica applicata alla ricerca scientifica, alla contabilità, alla gestione aziendale, ai grandi archivi anagrafici di ministeri e amministrazioni locali.

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E’ sempre più sottile il confine tra confidenza e maldicenza. Se si vuole evitare di far del male agli altri o di essere prima o poi annoverati tra le vittime della maldicenza, è importante sapere dove si ferma la conversazione inoffensiva e dove inizia, invece, il pettegolezzo nocivo.

Il pettegolezzo, oggi degenerato in gossip, può essere divertente e stimolante, ma anche vendicativo e distruttivo. Perché una banale o anche “amichevole” conversazione molto spesso degenera in pettegolezzi nocivi?

Il pettegolezzo ha un potere formidabile. Spesso e volentieri è alla base di litigi, contrasti e disordini pubblici; può infrangere i legami familiari e rovinare carriere promettenti.

Probabilmente anche noi siamo già stati vittima di un pettegolezzo, ma se non lo siamo stati c’è da aspettarsi che un giorno o l’altro qualcuno tenterà di “colpirci alle spalle”, cercherà di dir male anche di noi.

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Amore mio ti amo alla follia. Ma quanto mi costi!” Il matrimonio? Un sogno di tanti… La separazione? Un affare per molti

Quante volte abbiamo sognato di arrivare all’altare e sentir pronunciare la fatidica frase: “Finché morte non vi separi“. Un sogno che si avvera per molti e l’inizio di una nuova vita. Ma a volte scopriamo che non è tutto oro quel che luccica!

Molti matrimoni, infatti, si rivelano un “costo” da affrontare “non calcolato”.

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Chi di noi almeno una volta nella vita non è rimasto sorpreso nel constatare come internet abbia abbattutto i prezzi di prodotti e servizi? Chi di noi almeno una volta non si è chiesto come sia possibile che aziende che vivono esclusivamente nel mondo virtuale (Google su tutte) riescano a fatturare più di imprese con duecento anni di storia e 20.000 dipendenti?

Queste due domande che sembrano quasi banali sono in realtà le vere chiavi di interpretazione della rivoluzione, o dell’evoluzione, che la rete ha portato nella nostra vita, nel lavoro, nel nostro modo di comunicare e relazionarci.

Il grande merito delle rete è quello di aver abbattutto i cosiddetti costi di transazione, e cioè tutti i costi necessari per trasferire un bene o un servizio da un soggetto ad un altro. Attenzione, i costi di transazione non sono i prezzi dei singoli prodotti o servizi, ma i costi per portarli sul mercato, distribuirli e gestirli dal punto di vista amministrativo, commerciale, etc. Parliamo quindi, delle informazioni da produrre, dei contatti da gestire, delle risorse umane da coinvolgere e così via …

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Caro figlio… potrebbe sembrare il più classico degli incipit di una lettera, ma se ci ferma a riflettere un attimo, quanto esattamente è caro un figlio? Quanto grava sul portafoglio di una famiglia per mantenerlo?

Si incomincia già prima della nascita con l’acquisto di carrozzina, lettino, passeggino e quant’altro necessiti ad un neonato, per poi continuare nel corso della vita, con i pannolini, l’asilo, la baby sitter, la scuola, lo sport… un escalation continua fino alla laurea. Che siate genitori potenziali o reali preparatevi ad investire sul vostro erede una cifra che si aggira intorno a 230 mila euro.

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Sembra una battuta ad effetto, ma non lo è. Pensate a una coppia felice che decide di mettere al mondo un figlio e che con tanti sacrifici e privazioni riesce a farlo studiare e a portarlo alla laurea. Fatto? Pensate anche ai sogni di gloria e alla rivalsa che si prendono vedendo realizzato, attraverso il figlio, il proprio sogno di fanciulli. Fatto?  Pensate poi a come si vantano, i genitori, con i vecchi amici raccontando di avere in casa un Dottore. Fatto?

Il quadretto che ne vien fuori dovrebbe essere perfetto… e invece no, visto che anche a parecchi giorni, se non mesi, dall’ottenimento di quel sudato pezzo di carta, il giovane non riesce a trovare lavoro, a comprarsi una casa, a crearsi una famiglia… in poche parole a vivere la propria vita! A chi diamo la colpa? Ai genitori? Alla crisi? Oppure al sistema lavoro che come sappiamo bene funziona solo con quella parolina magica che apre tutte le porte o meglio occupa tutte le poltrone, altrimenti detta raccomandazione?

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Napoli nella sua lunga storia millenaria, non ha conosciuto né il ghetto né l’Inquisizione, perché il carattere peculiare che ci contraddistingue da sempre è la tolleranza, che oggi, pur tra tante pressanti emergenze, ci fa progettare a Ponticelli una grande moschea e che in futuro ci permetterà certamente di rappresentare un ideale laboratorio sperimentale di convivenza.

Il napoletano, come dimostrano recenti statistiche, non vede di buon occhio l’omosessuale più o meno dichiarato, quello politically correct, che oggi, altrove, va tanto di moda ed è apparentemente accettato da una società ipocritamente buonista. Ma da noi il femminiello può vivere quasi sempre, soprattutto nei quartieri popolari, in una atmosfera accogliente, segnata dal consenso e dal buonumore.

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Ognuno di noi è costretto a fare continuamente delle scelte di compromesso, tra istinto e razionalità, per accontentare il proprio partner, per “tenere a galla” la propria azienda o semplicemente per evitare il peggio.

In ognuno di noi sono miscelati in percentuali diverse cuore e ragione.

A volte diamo più ascolto al cuore, altre alla ragione. Ma senza nessuna regola preordinata, anche se siamo convinti del contrario!

Anche il più freddo è in grado di fare scelte di cuore e anche il più istintivo è in grado di ragionare con freddezza.

L’unica variabile che fa pendere da un lato o dall’altro il nostro comportamento è il tempo.

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Il Pavone è considerato l’animale più vanitoso,  ma in natura c’è un altro mammifero che lo supera: l’uomo.

Il Pavone è vestito di splendide piume, ma ha la testa piccolissima  … così la persona vanitosa mostra di avere uno spirito piccolo ed una testa vuota.

Il Pavone ha un comportamento simile al Gallo Cedrone, con accoppiamenti poligami in cui ogni maschio ha un harem di 4-5 femmine (nessun riferimento a recenti fatti di cronaca/gossip …).

Il Pavone è apprezzato fin dall’antichità per la sua bellezza, eleganza e per la livrea sgargiante delle sue piume.

Il Pavone è l’animale che meglio rappresenta la modernità poichè tutti, in misura diversa, siamo diventati vanitosi. E i social network, Facebook in testa,  sono diventati lo specchio della nostra vanità.

La Strategia del Pavone non è la modestia, tanto meno l’umiltà, è piuttosto il suo eccesso … proprio come quella degli uomini contemporanei.

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Tutti noi identifichiamo il concetto di più semplice con quello di più facile.

Ed effettivamente uno degli obiettivi più significativi che attribuiamo alla semplicità è proprio quello di facilitarci la vita.

Dalla complessità derivano stress, ansia e frustrazione.

Non c’è niente di più fastidioso e scoraggiante che trovarsi alle prese con un congegno (elettronico o di altro genere) che non funziona come ci saremmo aspettati. E ogni volta le istruzioni, quasi sempre troppo complicate, sono praticamente inutilizzabili, mentre l’indicazione che ci serve davvero è ben dissimulata in un capitoletto introvabile; neanche l’indice ci dà una mano, perché è sempre inadeguato. Secondo me tutti i libretti di istruzioni dovrebbero esordire con un capitolo intitolato: «Che cosa fare quando le cose si complicano».

Ho detto mille volte che i computer dovrebbero avere ben in vista un tasto giallo con una bella S, che sta per «semplice». Premendo il tasto, il computer dovrebbe passare automaticamente nel «modo semplice», una modalità standard programmata all’origine oppure facilmente adattabile alle particolari esigenze dell’utente.

Più vado avanti più me ne convinco: la semplicità è la vera sfida del futuro, nel Web, negli elettrodomestici, nella tecnologia … nella vita!

Semplice non significa povero, ma essenziale. È semplice quel design, quella interfaccia, quella interazione in cui nulla è gratuito, e in cui tutto ha un senso.

Dire che una persona è “semplice” è spesso un modo benevolo per definirla un po’ stupida – o ignorante.

È un diffuso pregiudizio che la stupidità sia semplice e che l’intelligenza sia complicata. È quasi sempre vero il contrario. Quando l’intelligenza si propone in modo intricato, o difficilmente comprensibile, vuol dire che è immatura. Per raggiungere la sua piena efficacia e chiarezza dovrà evolversi verso la semplicità.

Complicare è facile, semplificare è difficile. I più grandi progressi nella filosofia, nella scienza, nella cultura, si esprimono in termini semplici e chiari. Anche nella pratica del lavoro, o nelle piccole esperienze di ogni giorno, le soluzioni più efficaci sono quasi sempre le più semplici.

L’esperienza illuminante, e spesso affascinante, della sintesi creativa – o di un’intuizione che ci aiuta a risolvere un problema – ci porta quasi sempre a constatare che la soluzione “col senno di poi” appare ovvia, ma il nostro modo di ragionare e percepire si era complicato in modo da impedirci di vederla.

Da che mondo è mondo, uno dei problemi che ci rovinano la vita è l’accumularsi di complicazioni inutili. In un periodo di transizione complessa, come quello in cui stiamo vivendo, questo fenomeno assume una particolare intensità.

Molte cose sono diventate più semplici, rispetto a un non lontano passato, perché abbiamo conoscenze e risorse che prima non c’erano o erano disponibili solo a pochissime persone. Ma ci stiamo anche complicando la vita in infiniti modi, che in parte dipendono dall’inefficienza delle comunicazioni, in parte dal nostro comportamento e da quello delle altre persone…

L’arte della semplicità è difficile e sottile quanto l’esercizio dell’intelligenza.

L’una e l’altro richiedono impegno, pazienza, approfondimento, un’insaziabile curiosità e una perenne coltivazione del dubbio.

Trovare soluzioni o spiegazioni autenticamente semplici è stimolante, piacevole, talvolta entusiasmante.

La semplicità non è solo una conquista intellettuale, è anche un’emozione. Scoprire la chiave semplice di un problema apparentemente complesso ha un intenso valore estetico e ci dà una chiara e inconfondibile percezione di bellezza e armonia .

Chi sono i più grandi semplificatori? Sicuramente i bambini. Con la lora ingenuità sanno fissarti negli occhi e farti domande secche, spiazzanti che ti costringono a rendere semplici dei concetti che stupidamente riteniamo complessi!

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